Black Camera #14
di Alessandro Curti. La fotografia non è eterna - Il futuro degli archvi fotografici e la memoria digitale - Vezzoli e TV70 - Milano 1943 - The Street Rover
Oh, io non capisco perché, ma ogni periodo / C’è qualcuno che se viene fuori dicendo / Che io sono morto, ahahahah
Tutti quelli che stanno leggendo queste righe sono nati in un mondo dove la fotografia esisteva già. Per alcuni di noi era già diventata digitale, per altri invece la fotografia è solo quella che si scatta, si guarda, si archivia sullo schermo di un telefonino. Ci sono tantissime persone che non hanno mai visto una pellicola, che non sanno cosa significhi aspettare uno sviluppo o vedere un’immagine comparire lentamente sulla carta in camera oscura, c’è parecchia gente che non sa neanche cosa sia una camera oscura. Per tanti, l’esperienza della fotografia si ferma lì: nello schermo del telefono, nel cloud che conserva la memoria. La maggior parte degli archivi di oggi nasce e muore nel digitale, senza mai avere un corpo o una traduzione fisica. Per quanto la fotografia appaia oggi come uno strumento pervasivo e onnipresente nella nostra esistenza, dobbiamo ricordarci che non è eterna e che non è sempre stata con noi, anzi. Prima del 1826, o del 1839 se vogliamo fissare quella come data ufficiale di nascita, questo linguaggio non esisteva, non c’era. C’erano altre forme di rappresentazione visiva, altri modi di raccontare il mondo. La fotografia nasce a un certo punto della storia e, come ogni cosa umana, potrebbe anche finire.
Oggi stiamo vivendo un passaggio tecnologico epocale. L’intelligenza artificiale generativa è ovunque: produce immagini, racconta storie, fa video, imita le fotografie e lo fa sempre meglio. Riprende pure le stesse luci, le stesse pose, la stessa logica di costruzione. Non è altro che un linguaggio che copia un altro linguaggio, come se volesse imitarne la credibilità e l’affidabilità e fregarle il ruolo di portatrice di storie. Ma ecco, dovremmo smetterla con questa brutta abitudine di pensare che gli strumenti che usiamo oggi siano per sempre. Nulla lo è, neanche la fotografia. Ma dovremmo anche smettere di cadere nella retorica opposta, quella del catastrofismo. Ogni volta che arriva una novità tecnologica, c’è qualche disperato che grida alla morte di ciò che c’era prima. È successo con la stampa a caratteri mobili di Gutenberg, che avrebbe dovuto uccidere la scrittura a mano, eppure mi risulta che ancora oggi si utilizzino carta e penna. È successo con la televisione, che doveva eliminare il cinema, ma il cinema è ancora vivo e vegeto. È successo con la fotografia stessa, che avrebbe dovuto sostituire la pittura. Anche questo, non mi pare sia accaduto. I linguaggi solidi non muoiono, cambiano forma; la fotografia non fa eccezione. È un linguaggio giovane ma ben strutturato, con profonde radici tecniche ma anche concettuali. E come ogni linguaggio vivo, muta insieme al mondo che ne fa uso. Forse tra cinquant’anni non esisteranno neanche più le macchine fotografiche per come le conosciamo oggi, magari scatteremo le foto sbattendo le ciglia degli occhi. Del resto, chi poteva prevedere cento anni fa che oggi avremmo potuto girare video e scattare foto con degli occhiali o con dei telefoni?
La fotografia non sta affatto morendo, sta cambiando pelle un’altra volta. E questo cambiamento è bellissimo, perché ci obbliga a ripensare il modo in cui vediamo, ci spinge a reinterpretare, ridefinire continuamente cosa sia un’immagine e cosa significhi davvero “vedere”. Il linguaggio delle immagini non è mai stato così vivo, così diffuso, così centrale nella nostra esistenza come lo è oggi.
IL FUTURO DEGLI ARCHIVI FOTOGRAFICI E LA MEMORIA DIGITALI
Nel 2021 ho scritto un saggio con la casa editrice Seipersei che sviscera il titolo scritto qui sopra. È un libro che si apre con la Dichiarazione Unesco del 2011 sugli archivi, che ne riconosce il ruolo nella costruzione dell’identità collettiva e nella qualità della vita. Da qui nasce la riflessione sulla memoria digitale e sul futuro degli archivi fotografici. Con la pandemia del 2020 abbiamo assistito a una decisa accelerata dei processi di digitalizzazione, con conseguenti problemi di sicurezza, affidabilità e obsolescenza dei supporti. La questione centrale della riflessione riguarda la conservazione futura della memoria che produciamo ogni giorno: come evitare che si perda? Ho lavorato attraverso l’analisi di alcune esperienze significative nel panorama italiano, come Rete Fotografia e il convegno del 2017 a Palazzo Reale sul censimento e la tutela degli archivi fotografici. Questi esempi mostrano la necessità di una collaborazione sempre più stretta tra enti pubblici e privati, per comprendere lo stato dell’arte e costruire strategie comuni. La prima parte del saggio approfondisce la digitalizzazione degli archivi storici analogici e la responsabilità di garantirne la sopravvivenza. Ho portato tre casi studio: l’Archivio Riccardo Moncalvo, l’Archivio Publifoto di Intesa Sanpaolo e l’archivio Lelli–Masotti.
La sezione centrale affronta il problema enorme dell’obsolescenza digitale. La domanda che pongo è diretta: ciò che oggi digitalizziamo sarà leggibile domani? Con supporti lanciati solo pochi anni fa e già diventati archeologia (vedi floppy, CD, DVD) il rischio è evidente. La questione riguarda anche gli archivi nativi digitali, che impongono nuove pratiche di selezione, restituzione e conservazione. Su questo punto ho interpellato le professioniste Paola Romano e Serena Berno, impegnate da anni in progetti archivistici complessi e strutturati.
La terza e ultima parte analizza il ruolo del curatore e dell’artista come figura decisiva nella valorizzazione degli archivi. Personaggi come Alan Maglio, Giuseppe Iannello, Stefano Vigni e Luca Santese mostrano con le loro ricerche come l’interpretazione critica possa riattivare materiali del passato e trasformarli con nuovi significati. Ho lavorato anche sul caso di Francesco Vezzoli e alla collaborazione con l’Archivio Rai (ne parlo più sotto), accanto al progetto curato da Wes Anderson e Juman Malouf al Kunsthistorisches Museum, esempi di come gli archivi possano diventare terreno di ricerca e immaginazione. Quindi: il futuro degli archivi fotografici dipende dalla nostra capacità di affrontare adesso le sfide e le complessità della conservazione digitale. La rapidità del cambiamento tecnologico rende urgente definire strategie concrete, per evitare che la memoria visiva del presente svanisca e che ai posteri resti poco o nulla del nostro tempo.
Il libro, arrivato alla sua terza ristampa, si può acquistare qui.
TV70: VEZZOLI GUARDA LA RAI
Nel saggio sugli archivi parlo anche del caso di Francesco Vezzoli, che costruisce la mostra TV70 a Fondazione Prada nel 2017 (qui si può vedere qualcosa) insieme alla Rai e per rileggere la televisione italiana degli anni Settanta come matrice dell’immaginario collettivo. La mostra usa il materiale delle Teche Rai per ricostruire l’atmosfera di un decennio movimentato, segnato da crisi economica, violenza politica, conquiste sui diritti civili e forte trasformazione culturale.
Vezzoli non fa un’operazione di riscoperta del passato in chiave nostalgica: piuttosto entra nel linguaggio televisivo dell’epoca e ne espone la forza estetica e politica. La Rai degli anni Settanta appare come un sistema contraddittorio che oscilla tra sperimentazione, impegno civile, intrattenimento popolare e aperture radicali, ben lontana dalla rigidità degli anni Sessanta e dall’edonismo degli anni Ottanta.
È una mostra che si sviluppa in tre sezioni. Arte e Televisione: Schifano e altri artisti italiani dialogano con le immagini TV, mostrando come i media plasmano nuovi sguardi. Politica e Televisione: un corridoio di telegiornali racconta gli anni di piombo e sfocia nel teatro delle rivendicazioni femministe, con Carla Accardi come figura centrale. Intrattenimento e Televisione: l’opera di Giosetta Fioroni introduce il tema del corpo femminile tra emancipazione e consumo, mentre la Rai emerge come un Giano bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Il percorso si chiude con La trilogia della Rai, un montaggio che fonde tragedia, spettacolo e sperimentazione.
Tutto questo straordinario progetto di Vezzoli mostra come l’archivio, anche a distanza di tanti anni, sia capace di ripresentarsi come materia viva: una memoria privata (la sua) che si trasforma in memoria pubblica e continua a influenzare chi osserva il presente attraverso le immagini del passato.
MILANO, STORIA DI UNA RINASCITA
Un altro caso di cui parlo nel saggio è quello della mostra Milano, storia di una rinascita. 1943-1953, che avevo visitato a Palazzo Morando nel 2017. Questa esposizione ricostruiva il passaggio dalla città devastata dai bombardamenti del 1943 alla Milano che riprendeva finalmente slancio nel decennio successivo, proiettandosi verso il boom economico. L’esposizione presentava fotografie, documenti, filmati, oggetti bellici e materiali della vita quotidiana per mostrare la distruzione, la resistenza dei cittadini, il peso del regime fascista in città e poi la trasformazione urbana e sociale della ricostruzione.
Il percorso seguiva le ferite della guerra, la riapertura della Scala, la vita degli sfollati, il mercato nero, i luoghi del potere fascista e infine l’espansione della nuova Milano, tra demolizioni, modernizzazione, nuovi quartieri, design e crescita culturale.
Mi ero interessato a questo argomento perché avevo appreso che la digitalizzazione delle immagini in questo caso era avvenuta su richiesta: la preparazione della mostra aveva comportato la scansione dell’intero fondo disponibile, incluse le fotografie non esposte, che erano così state trasportate sul digitale. Questo è uno dei tanti esempi dell’importanza della tutela e della valorizzazione degli archivi fotografici storici.
THE STREET ROVER
In questa puntata di qualche tempo fa del Podcast di The Street Rover ho parlato di mercato fotografico, della mia galleria Still, di nuove frontiere della fotografia contemporanea e anche del saggio sugli archivi.
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