Black Camera #8
di Alessandro Curti. Photo Grant di Deloitte - La Furia delle immagini - Crope Podcast - San Siro - Newton + Scianna
Abbiamo finalmente annunciato i vincitori del Photo Grant di Deloitte 2025: Carlos Idun-Tawiah e Atefe Moeini. Per chi non sapesse di cosa si tratta: fondato nel 2023, il Photo Grant di Deloitte si posiziona nel panorama artistico contemporaneo come uno dei più importanti premi a livello mondiale dedicati alla fotografia (primo in Italia per montepremi messo a disposizione, un totale di 60 mila euro). È strutturato in due categorie: Candidature dai Segnalatori (tipo gli Oscar del cinema, ci sono 10 segnalatori che nominano un totale di 20 fotografe/i e alla fine vince uno solo a cui vanno 40 mila euro, la produzione di un libro e una mostra in Triennale Milano) e una Open Call aperta a tutti i fotografi sotto i 35 anni chiamati a presentare un’idea progettuale inedita, descritta sia nei suoi contenuti che nei suoi costi. Può trattarsi anche di un progetto in corso per cui si abbia necessità di sostegno finanziario. Viene erogato un contributo di 20 mila euro per portare a termine o ampliare la ricerca. Fabiola Ferrero ha vinto la Open Call 2024 con il suo progetto Reinas, che ha completato poche settimane fa. Insomma, oltre alle buone intenzioni, alle belle parole sulla fotografia e sul quesito su come dare sostegno a questo linguaggio, qui c’è un reale e concreto supporto economico e visibilità, visto che i progetti di Carlos, Fabiola e Atefe saranno in mostra in Triennale Milano a partire dal 27 novembre. Come Black Camera siamo stati ideatori di questo premio, che è promosso da Deloitte Italy S.p.A. S.B. e con il patrocinio di Fondazione Deloitte ETS.
Il lavoro fotografico Hero, Father, Friend di Carlos Idun-Tawiah e segnalato da Francesca Malgara, si presenta come un diario intimo, un viaggio profondo attraverso la memoria, innescato dal lutto e dalla ricerca della propria identità. L’autore affronta il vuoto creato dalla perdita del padre, segnato dalla scarsissima, se non nulla, documentazione fotografica che testimonia il loro rapporto. L’assenza di immagini visive ha reso i ricordi sbiaditi, diventando così una ricostruzione mentale e immaginaria di quel legame. Protagonisti delle fotografie sono momenti sulla spiaggia con lo zio, lezioni di pianoforte con il nonno, partite di calcio con i cugini più grandi: queste esperienze hanno colmato l’assenza del padre e hanno ricordato all’artista che l’amore spesso arriva in modi inaspettati. Nasce così una riflessione sulla paternità non solo come un ruolo biologico o di responsabilità, ma come un dono che può manifestarsi in molte forme. Il lavoro vive così nella tensione tra realtà e finzione, intrecciando due linee temporali: una radicata nelle esperienze vissute con zii, mentori e anziani della chiesa che hanno preso il posto del padre dopo la sua scomparsa; l’altra immaginaria, plasmata da ciò che avrebbe potuto essere. La fotografia diventa così uno strumento capace di collocare passato, presente e futuro in un’unica dimensione atemporale. Hero, Father, Friend rispecchia pienamente il tema del concorso di quest’anno, Contrast, e offre una risposta stratificata: custodisce il contrasto emotivo tra dolore e desiderio, il contrasto visivo tra ritratti messi in scena e ricostruzioni intime, e il contrasto sociale tra le narrazioni dominanti sulla paternità nera e le forme di cura quotidiana, sfumate e spesso invisibili.
Il progetto fotografico Go Live dell’iraniana Atefe Moeini nasce da un’esperienza biografica dell’artista: nel 2018 è stata arrestata dalla polizia morale a Teheran per avere indossato jeans strappati, un foulard rosso e un cappotto lungo. «Sono stata gettata in una macchina della polizia, trattenuta per ore e costretta a cambiarmi con ciò che loro consideravano abbigliamento “islamico” prima di essere rilasciata», ha detto Atefe quando le abbiamo comunicato di essere la vincitrice. «Ciò che mi è rimasto non è stata solo la paura, ma una profonda frattura, la sensazione che il mio corpo fosse diventato un campo di battaglia». Questo evento è stato l’inizio di Go Live, lavoro fotografico ancora in corso, incentrato sulle vite delle donne iraniane, la cui presenza nello spazio pubblico è costantemente sorvegliata, giudicata e punita.
Moeini ritrae donne che, come lei, sono state arrestate o ammonite per il loro abbigliamento, chiedendo loro di indossare proprio quegli abiti incriminati. Alcune mostrano il volto, altre scelgono l’anonimato. Insieme, danno forma a una ribellione silenziosa, una memoria visiva di resistenza, orgoglio e sopravvivenza. Il titolo Go Live trae ispirazione da un tatuaggio su una delle donne fotografate, ma richiama anche il flusso di video diffusi sui social che documentano gli abusi contro le donne in Iran: immagini di arresti, pestaggi e repressione. In questo contesto, andare “live” diventa un atto di difesa, un gesto di visibilità prima che lo Stato potesse cancellare.

Dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti nel 2024, Moeini ha continuato il progetto in esilio, portando con sé i tessuti della sua infanzia, hijab, uniformi scolastiche e memorie materiali. Nella sua stanza costruisce ritratti sospesi tra memoria e performance. Un chador si trasforma in fantasma, un corpo alza i pugni in una lotta immaginaria. Le sue immagini si muovono tra passato e presente, libertà e censura, visibilità e oblio. Go Live è una serie di ritratti che unisce amiche in esilio, combattenti anonime e momenti di intimità e cura tra donne. È una testimonianza potente sull’essere viste, dopo anni in cui è stato imposto di non esserlo. Ci vediamo in Triennale Milano dal 27 novembre 2025 con le due mostre di Carlos Idun-Tawiah, Fabiola Ferrero e un teaser del progetto, ancora da realizzare, di Atefe Moeini.
Maggiori info si trovano sul sito del Photo Grant e anche sulla pagina Instagram.
LA FURIA DELLE IMMAGINI

La furia delle immagini di Joan Fontcuberta è uno di quei saggi da leggere assolutamente per chi vuole fare fotografia. Già il titolo ti fa capire che le fotografie sono vive, dinamiche, furiose. Fontcuberta in questa pubblicazione racconta come oggi siamo bombardati da immagini in ogni dove: non solo quelle realizzate dai fotografi, ma anche quelle che tutti produciamo compulsivamente con lo smartphone, i social, le telecamere di sorveglianza, i droni, i satelliti... È un vero nubifragio visivo, e lui lo legge come un segno che la fotografia non è più un oggetto raro e prezioso, ma una materia fluida, sfuggente, che ormai plasma il nostro modo di pensare, ricordare e persino di fare politica.
Qui sotto la recensione video che ho fatto sulla pagina Instagram di Black Camera.
Quello che mi colpisce nella lettura è che Fontcuberta non cerca mai di ingabbiare la fotografia in una definizione rigida: lui sa benissimo che la foto è, per natura, linguaggio ambiguo. Ma cosa significa questo? Significa che può dire la verità e insieme mentire, può documentare e manipolare, può sembrare neutrale e invece spostare opinioni. È da sempre il suo gioco preferito: smascherare i miti di verità fotografica e mostrare che in realtà l’immagine è sempre un racconto, una costruzione. Come ha fatto quando ha detto che Vivian Maier se l’è inventata lui, o quando ha fregato tutti con la storia dello Sputnik (un giorno la racconterò bene qui).
Io questo lato di Joan l’ho conosciuto bene e l’ho capito soprattutto quando l’ho incontrato a Venezia, in un ristorante vicino a Rialto. Lo stavo intervistando per il mio saggio Intelligenza Artificiale e fotografia (Seipersei), e da lì la chiacchierata si è subito spostata su argomenti che vanno ben oltre la fotografia in senso stretto, coinvolgendo politica, propaganda, etica. Fontcuberta era molto incuriosito e preoccupato dalla potenza devastante che hanno le immagini oggi e dall’enorme importanza che hanno acquisito: non solo informano, ma modellano opinioni, creano narrazioni, spostano consensi. In poche parole: sono armi. E se uno non sa come maneggiare un’arma, rischia di spararsi addosso. La furia delle immagini quindi non è un manuale per fotografi, ma una sorta di monito: stiamo vivendo l’Era delle immagini, che sono ovunque, scatenate e incontrollabili, e imparare a decifrarle è vitale. Oggi non è analfabeta di chi non sa scrivere con una penna, ma lo è chi non sa leggere le immagini nella loro complessa stratificazione.
OSPITE A CROPE PODCAST
Qualche tempo fa sono stato ospite di Simone ed Emanuele in una puntata del loro podcast CROPE. Abbiamo parlato di tutto e di più: fotografia, curatela, mostre, Intelligenza Artificiale, archivi, social media… insomma una chiacchierata di quasi un’ora in cui ci siamo anche divertiti. Buona visione!
LUCI A SAN SIRO NON NE ACCENDERANNO PIÙ
Nel numero 1 di Black Camera ho scritto un pezzo veramente incazzato su Milano, poi ne ho scritto un altro sullo sgombero del Leoncavallo. Questa storia di San Siro è un’altra pagina vergognosa (l’ennesima) nella trasformazione in peggio e nel processo di svendita di questa città. Non c’è molto altro da dire che già non si sappia, quindi sarò abbastanza lapidario. Lo stadio, insieme a 280 mila metri quadrati di aree circostanti, è stato messo sul piatto per 197 milioni di euro, una cifra ridicola: 400 euro al metro quadrato. Per capirci, meno di quanto costa oggi un buco marcio per la macchina in periferia. Una barzelletta, un insulto. Il Comune, con la delibera approvata, vende ai club (cioè ai fondi americani che possiedono Inter e Milan) uno dei simboli più potenti della città. Questi, in cambio, avranno mano libera per speculare e devastare un altro quartiere: nuovo stadio vuol dire nuovo centro commerciale (un altro…), alberghi, uffici, palazzi residenziali che costeranno una fucilata e che ridisegneranno la composizione sociale della zona, sempre e comunque a scapito della classe media e della classe operaia.
Milano, la città che si vanta di essere la più europea d’Italia, ma che a ben vedere è la più sfigata d’Europa, il discount dei ricchi stranieri in cui ciò che è pubblico, quindi bene di tutti, viene svenduto al miglior offerente. Sticazzi dei cittadini che qui ci vivono, noi siamo diventati l’ultimo dei pensieri di questa amministrazione, sticazzi del patrimonio collettivo.
Con i miei amici, interisti e milanisti, ho una tradizione che va avanti da anni: ci troviamo prima del derby per mangiare e bere e poi, prima di uscire per andare allo stadio, cantiamo Luci a San Siro di Vecchioni, abbracciati, come se fosse un rito tribale. La parte finale della canzone dice tutto su come mi sento di merda per questa storia. La lascio qui sotto.
Milano mia, portami via
Fa tanto freddo e schifo e non ne posso più
Facciamo un cambio, prenditi pure quel po’ di soldi
Quel po’ di celebrità
Ma dammi indietro la mia seicento
I miei vent’anni e una ragazza che tu sai
Milano scusa, stavo scherzando
Luci a San Siro non ne accenderanno più
HELMUT NEWTON E FERDINANDO SCIANNA
Dopo il successo dello scorso anno delle esposizioni dedicate a Robert Doisneau e Elliott Erwitt, la grande fotografia d’autore torna protagonista dell’offerta culturale autunnale in provincia di Cuneo con due super mostre. Il Filatoio di Caraglio e la Castiglia di Saluzzo, gioielli del patrimonio architettonico piemontese, ospitano le monografiche di due protagonisti assoluti della fotografia del Novecento: Helmut Newton (1920-2004) e Ferdinando Scianna (1943). I progetti espositivi vanno a esplorare aspetti inediti o poco esplorati nelle carriere dei due autori. Al tempo stesso, grazie a una stretta collaborazione curatoriale, le mostre sono concepite per dialogare tra loro, offrendo al pubblico due visioni complementari della moda, vista da Scianna come racconto della vita e da Newton come provocazione dell’immaginario.
Al Filatoio di Caraglio (CN), antico setificio seicentesco, tra i più importanti d’Europa, oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, dal 23 ottobre 2025 al 1° marzo 2026, sarà allestita la mostra Helmut Newton. Intrecci. L’esposizione riunisce oltre 100 fotografie, tra cui diversi scatti inediti, frutto delle prestigiose collaborazioni con brand di fama internazionale, come Yves Saint Laurent, Wolford, Ca’ del Bosco, Blumarine, Absolut Vodka e Lavazza. La rassegna, curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino, introdotta da una selezione delle fotografie che hanno consacrato Newton come uno dei più celebri fotografi di moda al mondo, restituisce l’audace sguardo di un autore capace di creare scenari onirici, ambigui e provocatori. La complicità con modelle come Monica Bellucci, Nadja Auermann, Kate Moss, Carla Bruni ed Eva Herzigová, unita alla fiducia conquistata da parte di stilisti, riviste e brand internazionali, gli ha permesso di ridefinire i canoni della fotografia patinata, trasformandola in un linguaggio teatrale ed evocativo.
È nel passaggio dalla fotografia editoriale a quella commerciale che si rivela l’eclettismo del suo sguardo. Nel corso degli anni, Newton ha infatti approcciato le grandi committenze della moda e i progetti per prestigiosi marchi del mondo produttivo, come Lavazza, esplorando attraverso di esse aspetti nuovi ma coerenti di uno stile radicale e al contempo iconico. È una mostra che offre l’opportunità unica di vedere riunite in una sola esposizione queste serie fotografiche che raccontano l’evoluzione e l’affermazione di Newton nel panorama internazionale.
La mostra di Ferdinando Scianna, dal titolo La moda, la vita, curata da Denis Curti, esplora per la prima volta uno dei capitoli meno noti della carriera di Scianna: la moda. Un ambito che l’autore affronta con il suo linguaggio da fotogiornalista, scardinando ogni estetica patinata a favore di una narrazione più umana. Iconica, in questo percorso, la campagna per Dolce&Gabbana con la modella Marpessa, ambientata nei paesi della Sicilia: una moda vissuta nella realtà e nella strada, più che costruita in posa, che darà vita ad una delle collaborazioni meglio riuscite nella storia della fotografia.
Il percorso espositivo presenta, attraverso oltre novanta fotografie, la produzione che Scianna ha realizzato tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi del decennio successivo, per alcune delle più importanti riviste al mondo come Vogue, Vanity Fair e Stern. Nei suoi pensieri visivi si fondono etica e stile, memoria e intuizione, fotografia e letteratura, un approccio che gli ha consentito di interpretare e capovolgere i modelli di rappresentazione comunemente consacrati al glamour delle passerelle, trasformando la fotografia di moda in racconto visivo, mantenendo intatto il legame tra immagine, verità e cultura.
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