Black Camera #39
di Alessandro Curti. Ferdinando Scianna ha fatto anche la moda e l'ha fatta benissimo
SCIANNA: LA MODA, LA VITA
Alla Castiglia di Saluzzo, tra ottobre e aprile 2026, c’è stata una mostra molto interessante dedicata a Ferdinando Scianna e al suo rapporto con il mondo della moda, ambito poco esplorato nella sua carriera, che però ha avuto un ruolo molto importante nella sua formazione come autore e come reporter. La fotografia di moda entra nella vita di Ferdinando Scianna quasi per caso. Nel 1987 due giovani stilisti emergenti di nome Domenico Dolce e Stefano Gabbana, allora semi sconosciuti, lo contattano dopo avere visto alcune fotografie della Sicilia che ritenevano essere state scattate da lui. Domenico Dolce, siciliano come Scianna, riconosce in quelle immagini un immaginario vicino alla donna che il marchio vuole raccontare e gli propone di realizzare il catalogo della nuova collezione. Scianna, che fino a quel momento non aveva mai lavorato nella fotografia di moda, non sa se accettare o meno, ma è proprio questa inesperienza a rappresentare un elemento di interesse per i due stilisti. Accetta per curiosità e affronta il lavoro con l’istinto del fotoreporter, cioè con ciò che sapeva fare.
Gli vengono mostrate le immagini due due modelle con cui collaborare, una bionda e una mora: sceglie subito Marpessa Hennink. Il budget è minimo, l’atmosfera semplice e spontanea: la modella si trucca e si pettina da sola. Scianna si ritrova però nella Sicilia della propria infanzia e giovinezza, il luogo dove aveva già costruito gran parte della sua identità fotografica, casa sua. Marpessa, che inizialmente è diffidente verso un fotografo privo di esperienza nella moda, entra rapidamente nel racconto come una presenza teatrale e naturale allo stesso tempo. Luci, ombre, architettura e imprevisti del paesaggio siciliano sono i protagonisti del racconto, con Scianna che costruisce immagini che non sono solo fotografia di moda, ma anche reportage sociale e perfino racconto autobiografico.
Quel catalogo e il successivo ottengono un successo enorme, inatteso, tanto da modificare radicalmente il percorso professionale di Scianna e contribuire anche alla crescita del brand Dolce & Gabbana. È soltanto un po’ di anni dopo emerge un dettaglio paradossale in questa vicenda: le fotografie siciliane che avevano spinto gli stilisti a cercare Scianna non erano nemmeno le sue, erano di un altro. Per Scianna, però, il caso non rappresenta un’eccezione, perchè il caso è un elemento strutturale della fotografia e della vita stessa. E allora quell’incidente e quell’errore nell’attribuzione delle fotografie sono diventate un caso molto interessante di intreccio tra moda e reportage. È proprio vero che a volte le cose più belle nascono senza averle progettate, mosse da una quasi totale improvvisazione.
Per quasi otto anni la fotografia di moda occupa una posizione centrale nel suo lavoro. Inizia a collaborare con numerose riviste italiane e internazionali del settore e vive quell’esperienza come una fase professionale tanto imprevista quanto estremamente ricca, utile per rimettere in discussione il proprio linguaggio e la propria idea di fotografia. Scianna ancora oggi continua a considerare le sue immagini di moda come una naturale estensione dello sguardo del reporter. Per lui non esiste una vera differenza tra reportage e moda: in entrambi i casi si tratta di raccontare storie, in fin dei conti sempre di fotografia si parla. Inserisce la moda dentro la realtà, facendo convivere modelle, persone comuni, luoghi e situazioni del quotidiano. Non utilizza mai il paesaggio o le persone come semplici sfondi, ma come coprotagonisti dell’immagine e va alla ricerca di assonanze, contraddizioni e paradossi tra gli elementi della scena, affidandosi spesso al caso.

Lo scrittore Claude Ambroise individua già nelle prime fotografie siciliane di Scianna la consapevolezza che l’abito rappresenta un elemento fondamentale di ogni rito umano. Eppure il fotografo ammette di avere conosciuto poco la fotografia di moda, sia prima sia dopo averla praticata professionalmente. Non ha mai seguito le riviste specializzate e riesce a guardare alle immagini di moda soltanto come fotografie: buone, cattive o grandi fotografie. Certo, conosce i grandi autori e tra quelli che sente più vicini nomina Martin Munkácsi, Frank Horvat, Guy Bourdin, William Klein e Helmut Newton. E non è casuale che siano tutti autori che hanno fatto anche la moda, ma sono fotografi a 360 gradi. In particolare riconosce in Horvat un maestro e con lui scopre che l’espressione moda-reportage era già stata utilizzata per definire il suo lavoro molti anni prima che venisse associata alle proprie immagini con Dolce & Gabbana.
Se all’inizio vive con un certo senso di colpa il ruolo di regista implicito nella fotografia di moda, percepito come una violazione della regola del non intervento tipica del reportage, poi capisce che quella contraddizione non lo allontana dal proprio lavoro, ma lo arricchisce. Tanto che nel 1989, in occasione della candidatura definitiva all’agenzia Magnum Photos, presenta insieme il libro Kami, lavoro meraviglioso dedicato ai minatori delle Ande boliviane, e la serie fotografica realizzata con Marpessa. La scelta suscita discussioni accese all’interno dell’agenzia, perché allora l’accostamento tra reportage sociale e moda appariva ancora scandaloso, mentre oggi l’intreccio tra diversi ambiti tematici è più che normale. Scianna, invece, riconosce tra i due lavori una piena continuità stilistica. Nel corso degli anni pubblica due libri fondamentali dedicati a questo percorso: Marpessa, un racconto e Altrove, reportage di moda. Già nei titoli emerge la volontà di dichiarare la natura narrativa delle immagini.
Molti critici arrivano addirittura a considerare le sue fotografie di moda tra i lavori più originali della sua carriera. Scianna, invece, continua a percepirle come parte integrante dello stesso identico percorso fotografico. Io la penso come lui. Dopo anni di riflessioni ha deciso di raccogliere e selezionare le immagini che meglio rappresentano il suo modo di intendere la moda, arrivando a realizzare questa grande mostra dedicata esclusivamente a un aspetto specifico del suo lavoro. Accanto alle fotografie già pubblicate nei libri precedenti ne inserisce molte altre, nel tentativo di dare forma definitiva al proprio itinerario nella fotografia di moda e verificare se davvero chi lo aveva spinto a intraprendere quella strada ci avesse visto giusto fin dall’inizio.
100 FOTOGRAFIE PER EREDITARE IL MONDO
Fino al 28 giugno al MUDEC c’è la mostra 100 fotografie per ereditare il mondo, che non si configura come una semplice antologia di capolavori, ma come un percorso che invita a riflettere sull’eredità visiva e culturale che la fotografia ci ha trasmesso. Il concetto di “ereditare il mondo”, da cui il sottotitolo della mostra, si traduce in una riflessione sul nostro tempo: un presente complesso, attraversato da trasformazioni tecnologiche, crisi ambientali, conflitti ibridi, nuove identità, e da una saturazione visiva senza precedenti. In questo scenario, la fotografia diventa uno strumento per orientarsi, per costruire consapevolezza, per trovare un posto nella memoria collettiva. Qui sotto c’è il podcast con il racconto della mostra.
100 fotografie per ereditare il mondo
La fotografia rappresenta un linguaggio che custodisce il mondo, conservando la memoria, rivelando le trasformazioni, restituendo ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. È fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. È il linguaggio della contempor…
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