Black Camera #41
di Alessandro Curti. In un mondo di giovani-vecchi dell'industria culturale che piacciono tanto al sistema, noi dobbiamo essere pirati
DOBBIAMO ESSERE PIRATI CONTRO LA CULTURA IMPOSTA DAL SISTEMA
I reel degli influencer e dei content creator sono tra le cose che più muovono i miei sentimenti di insofferenza verso il mondo di merda in cui viviamo. Ho visto l’altro giorno questo video in cui un ragazzo di nome Riccardo Pedicone cerca con grandiosa fatica di esprimere un concetto semplicissimo usando termini difficili, grandi giri di parole e costruzioni artificiose.
In sostanza dice: dovremmo vederci di più nel mondo reale e non solo negli spazi digitali. Un concetto molto banale che però lui vuole esprimere con solenne proprietà di linguaggio. Solo che in questo stesso pensiero usa l’aggettivo “dicotomico” in maniera errata, facendomi venire il legittimo sospetto che, forse forse, tutta questa ricercatezza stilistica nel linguaggio sia soltanto un ricamo per abbellire una superficie sotto la quale c’è poco o niente. Negli anni ho imparato che è meglio parlare potabile, ho capito che quando hai sete è meglio bere un po’ d’acqua del rubinetto, piuttosto che andarti a cercare una Perrier al supermercato solo per esibire la bottiglia. Non penso che il parlare forbito sia un male, penso solo che sia terribile questo modo di comunicare concetti semplicissimi con un linguaggio inutilmente ricercato.
Io vedo questo Riccardo Pedicone che fa i reel sulle librerie per fare pubblicità alle Church’s e penso che abbiamo davanti un emblema chiarissimo della miseria culturale in cui viviamo. Questi giovani influencer rappresentano perfettamente una società che accetta soltanto un pensiero allineato agli schemi già preimpostati del sistema, mentre vuole continuare a ignorare quelle menti che cercano una via più sperimentale, che provano ad avere un pensiero di rottura nei confronti del passato o del presente che fa indubbiamente schifo. E non è manco colpa di questo ragazzo o di quelli simili a lui, che giustamente hanno trovato una strada per costruirsi un’immagine e un business. Ne abbiamo parecchi anche nel mondo della fotografia, di personaggi allucinanti che vogliono condividere questioni legate all’arte e all’immagine, ma lo fanno in un modo sempre molto piatto, con un atteggiamento rassicurante e superficiale, per non rischiare mai di dire qualcosa di scomodo, stando attenti a non prendere mai una posizione netta su qualcosa, per non risultare mai fastidiosi o divisivi per il pubblico che li premia con i like e gli commenta con i cuoricini.
Ora passiamo ad analizzare questo pubblico: da chi è composto? Tendenzialmente, non è nemmeno gente tanto giovane, ma è una generazione di over cinquanta, cioè quelle persone che più di tutte si sono fatte imbambolare il cervello dai social in maniera inquietante e irreversibile e che vedono in questi ragazzi la grande speranza per il futuro. In realtà questi giovani sono vecchi dentro ed è per questo che piacciono. Sono quelli come Edoardo Prati, che è una specie di clone di questo Pedicone: ragazzi certamente dotati di ottima intelligenza e di una discreta conoscenza della letteratura, persone che studiano e leggono, ma che di fatto incarnano la superficialità totale che va tanto di moda in questa epoca. Sono davvero queste le voci autorevoli a cui dobbiamo appigliarci per avere ancora speranza nel futuro? Sono quei giovani che piacciono tanto al sistema che dovrebbero dare una spallata al sistema? Ho citato Edoardo Prati non a caso, ma perché colui che viene presentato come il nuovo giovane intellettuale del presente, finisce poi per avere una rubrica su Repubblica e per andare ospite da Fabio Fazio a fare citazionismo patologico e a dire frasi da ginnasio del liceo classico come «Se c’è la possibilità di immaginare qualcosa di diverso, forse non si sceglie la guerra».
La guerra è un tema molto spinoso, sentiamo quindi l’opinione di uno che non ne sa nulla:
E tutti gli altri, compresi quelli che operano nel mondo che conosco meglio, cioè quello della fotografia, sono esattamente la stessa cosa: content creator che funzionano perfettamente per la fascia d’età dai cinquant’anni in su, cioè quella che ha bisogno di essere rassicurata perché fa un’enorme fatica a capire come sta cambiando il mondo, che non ha nessuna voglia di mettere in discussione i modelli monolitici con cui è cresciuta e a cui è abituata. Provare a guardare le cose da una prospettiva diversa può essere illuminante, ma è certamente molto faticoso. Di conseguenza questa generazione che pensa di vivere ancora nei fasti del tardonovecento non ha nessuna voglia di dare ascolto a quelle propulsioni culturali e a quelle sottoculture giovanili che avrebbero qualcosa di molto più interessante da esprimere. Il ragionamento che fanno è: meglio questo ragazzino che mi parla dell’Iliade che quel maranza che accoltella la gente in stazione. Facile, efficace, inconfutabile. Ma sono convinto che questa roba non serva a far leggere più libri ai ragazzini. Piuttosto serve a tranquillizzare i loro genitori, a fargli credere che per fortuna non sono tutti dei decerebrati che dicono six-seven, che si vestono in tuta scura e si pestano per strada. E in mezzo a questi due estremi ci sono tante altre voci interessanti, che però non vengono intercettate non perché non siano abbastanza forti da arrivare, ma perché non si vuole intercettarle, perché si scoprirebbe qualcosa di sconvolgente: che esiste tutta una zona intermedia tra Pedicone/Prati e i maranza dove stanno nascendo cose interessanti, dove anche quelli nati nel XXI secolo sono in grado di esprimere delle qualità e di produrre pensiero innovativo. Purtroppo questo mondo, in questa fase storica, appartiene ai vanagloriosi, alle Stefania Andreoli e a quello col ciuffo bianco de La Fisica Che Ci Piace, capofila di personaggi che si son venduti l’anima al diavolo pur di avere un po’ di successo sui social, per poter pubblicare il libro con la grande casa editrice, per grattare qualche ospitata in TV o un’intervista sul magazine in edicola. Ma la colpa, lo ripeto, non è nemmeno tutta di questi personaggi, di questi fenomeni paranormali che spuntano come i funghi sui social. La responsabilità è in buona parte condivisa con i media e l’industria culturale, che continuano a costituire un grosso problema per questo paese, perché offrono visibilità a questa gente e di conseguenza la rendono credibile. E va bene, sto parlando di influencer che raccontano l’arte e la letteratura, però quando si sconfina nel mondo della didattica, dell’insegnamento, dei progetti con le scuole e via dicendo, secondo me la cosa diventa davvero molto grave, perché si preferisce ingaggiare persone che non hanno titoli di studio e competenze strutturate. Per correttezza e completezza, io non sono così scientista da pensare che basti un titolo di studio per essere un interlocutore credibile, ma sicuramente preferisco farmi dare lezioni da una persona che ha studiato per anni rispetto a uno che si è formato sui social, con i reel e con i TikTok.
Detto questo, quando queste vicende che nascono sui social (e lì dovrebbero restare) si intrecciano con vicende istituzionali, quando la cultura viene affidata a persone con una formazione così superficiale e con una conoscenza così scarsa degli argomenti trattati, allora siamo veramente alla frutta. Siamo messi male. Io ho sufficiente onestà intellettuale da saper riconoscere una capacità comunicativa superiore in queste persone, ma so anche che esiste un sistema culturale che da anni si sta affidando a personaggi sempre meno formati e che predilige contenuti dal consumo veloce, sempre e comunque volti alla vendita, che si tratti di un prodotto o di un personaggio. Mi sento un vecchio lagnoso quando scrivo queste cose, ma non riesco a non rimanere schifato da questo meccanismo. Penso che l’unica cosa che ci resta da fare sia continuare il più possibile a mantenere vive delle piattaforme di dibattito, di scambio e di reciproco ascolto, senza per forza volerci guadagnare qualcosa o cercare visibilità e like. Per questo voglio che Black Camera resti questo tipo di spazio per sempre: un luogo di ritrovo per pirati, vagabondi, bighelloni che non hanno voglia di ingollarsi la pillola amara del contenuto costruito per compiacere l’algoritmo. Qui c’è semplicemente il desiderio di fare quattro chiacchiere, parlare di fotografia, di arte, di attualità, di cazzatine, senza per forza dover vendere la versione finta, ripulita e performante di sé che piace tanto alla società moralista.
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Ci ho riflettuto un po’, specie rispetto alla figura di Edoardo Prati che ha la mia età e viene esaltato a “umanista”.
Mettendo da parte una possibile “invidia” (di cosa poi non lo so, ma a pensare male si fa presto, quindi preciso) credo che alla fine lui non sia altro che un influencer che anziché parlare di lifestyle, tecnologia o fotografia parla di libri e letteratura.
Confondere questa figura con un intellettuale è veramente inappropriato, anche se non penso che sia interamente colpa sua, ma una strumentalizzazione applicata dalla narrativa dei mass media e dell’intrattenimento, niente di più.
Ci sono persone scomode nel nostro ambiente, sono state spesso isolate. Derubricate a “fuori”, a “macchiette”… forse una generazione intermedia che ha abdicato all’uso banale dei social ha costruito alternative di ragionamento e si è trovata a tenere una rotta che per forza è più “internazionale” che va oltre gioco forza. Che fa ricerca evitando il confronto con i mulini a vento.
Il rischio che ho notato è che alcuni potenziali liberi pensatori si sono trasformati in hipster. Persi per strada.
W i pirati